On doit des égards aux vivants; on doit aux morts que la verité.

Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità.

Voltaire, “Lettere scritte nel 1819”

domenica 29 gennaio 2017

In memoria di Aldo Bormida 
30/01/1944 Borgo Podgora(LT) 

Primo caduto della RSI nella difesa
 di Roma e dell’Italia

Sulla nostra terra c’e’ un luogo nascosto in mezzo ad una pianura sconfinata ricca di campi di grano,vigneti e verdi prati. Proprio in mezzo ad essa passa una stradina,questa ti conduce in luogo come ce ne sono a migliaia sulla nostra terra ma in realtà ti accompagna dentro una storia, quella storia che ognuno di noi ha fissato nella mente e nel cuore e rende questo posto unico. Ti parla di un ragazzo nemmeno ventenne di nome Aldo Bormida venuto da Torino. Ti parla di un soldato con una divisa grigio verde.Ti parla del desiderio di libertà, di onore e di fedeltà di migliaia di giovani patrioti. Ti parla del primo martire della Repubblica Sociale Italiana. Del suo sacrificio in questo luogo sono rimasti i suoi resti mortali tumolati per volere della famiglia sotto un cippo di marmo bianco di fattura umile a ridosso della strada, coperto quasi completamente fino a qualche anno fa da erbacce, su di esso c’e’ un incisione breve ma esauriente, caduto per la Patria. Sarebbe difficile raccontare per mezzo delle parole il senso di gratitudine e rispetto che ognuno di noi prova nel trovarsi in questo spicchio di terra, difficile raccontare la storia di chi donò tutto se stesso per l’amore più grande, quello per la propria terra.

UNA COLONNA SPEZZATA
 NELLA PIANA PONTINA
ALDO BORMIDA 
 UNO DEI PRIMI ITALIANI 
SUL FRONTE DI NETTUNO
Gli Angloamericani nella loro avanzata lungo la penisola italiana, furono fermati per mesi dalla linea “Gustav”. Si trattava di una serie di opere fortificate che si dispiegavano, per 120 km, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Punto nodale della “Gustav” fu Montecassino che, trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale, vide infrangersi numerosi attacchi da parte Alleata. Per superare la Gustav, gli Alleati, progettarono uno sbarco alle spalle della linea fortificata e fu così che nacque “l’Operazione Shingle”, ovvero lo sbarco sulle coste di Anzio e Nettuno. La “Shingle” ebbe inizio il 17 gennaio ’44 con violenti bombardamenti sulla costa e solo nella notte del 22 gennaio, alle 2.00 del mattino, le truppe iniziarono a sbarcare. L’intera operazione fu una sorta di fallimento e le truppe finirono ad impantanarsi sulla costa pontina. Il commento di Churchill fu dir poco caustico: “ avevo sperato – scrisse lo statista inglese - di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva con una balena arenata.” Solo il 23 maggio gli Alleati diedero l’avvio all’operazione “Buffalo” che aveva come obiettivo Cisterna di Latina. Fortunatamente, la conquista della cittadina laziale consenti al 6° Corpo d’Armata di riunirsi alle avanguardie americane del 2° Corpo d’Armata che, reduci da Montecassino, avanzavano da Terracina. Come è noto i “liberatori” entrarono a Roma solo il 4 di giugno seguente.

Nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina le operazioni militari che seguirono allo sbarco, sono ricordate come un titanico scontro tra tedeschi ed americani. Purtroppo, viene troppo spesso dimenticato che ai combattimenti parteciparono i primi reparti organici delle Forze Armate della Republica Sociale Italiana. Furono impegnati su quel fronte il Battaglione di fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto i MAS della X° Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”; (1° Btg. “Folgore”, 2° Btg. “Nembo” 3° Btg. “Azzurro”), il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia” poi denominato Faggioni”, il 2° Battaglione Legionario SS, il 1° Battaglione Esplorante Legionario SS “Debica” e numerosi altri reparti minori. Si avvicendarono in terra pontina, dal gennaio al giugno ‘44, circa 10.000 soldati della R.S.I. e centinaia di questi persero la vita.

Nel dopoguerra, la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ha trovato, a Nettuno e Pomezia, terra per i cimiteri militari americano e tedesco. Differentemente, per quegli italiani che osarono morire dalla parte “sbagliata” non vi sono stati cimiteri di guerra ma solo una tomba privata al Verano. Nel 1993 l’Associazione X° MAS ha costruito a Nettuno, a proprie spese, un sacrario privato, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”. Solo da poco l’Associazione è poi riuscita a traslare all’interno del sacrario i resti dei caduti del “Barbarigo”. La traslazione è stata possibile solo cedendo il Campo stesso ad Onor Caduti del Ministero della Difesa, cessione questa che ha trasformato il sacrario privato in un Cimitero Militare.

Oltre al “Campo della Memoria”, girando la Piana Pontina, ci si può imbattere in alcuni altri modesti monumenti innalzati per ricordare i caduti della R.S.I. su quel fronte. Al “Fosso dell’Acqua Bona” ad Ardea vi è una lapide, mentre cippi commemorativi si trovano a Campoverde (Cisterna di Latina) e a Borgo Podgora (Cisterna di Latina/Latina). In particolare, nel territorio di Latina, vi è un monumento costituito da un’umile colonna spezzata sulla quale si può leggere “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la patria il 30 gennaio 1944”.

Sulla morte di Bormida si è sempre saputo molto poco. Qualche anno fa, un reduce vi portò dei fiori e raccontò al padrone del podere sul quale la colonna insiste che lui e Bormida erano studenti universitari del Politecnico ed erano stati inviati in Germania per uno scambio culturale. Sorpresi dall’8 settembre, si erano arruolati volontari ed erano stati inviati dai tedeschi a combattere in Italia. Luciano Populin, oggi un anziano e squisito signore che, allora dodicenne, assistette alla morte di Bormida, me l’ha così raccontata: “Il 30 gennaio 1944 avevo 12 anni e 4 mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita. Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione tedesca giunti dal Brennero.
Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camions di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad andare contro il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale Musolini, distante circa 150 metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte: dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi.

Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava me e il bambino dei coloni di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che vedendo dei civili gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco che telefonò alle proprie forze di non sparare sperando così in una tregua che avvenne.

Il ricordo dell’immolazione dei nostri ragazzi riprende dopo la guerra (tornammo solo dopo circa due anni a Latina) con la testimonianza della famiglia Piva, proprietaria del terreno dov’era avvenuto il massacro. Ho saputo che un solo ragazzo era superstite, dopo l’attacco si era rifugiato nella casa dei Piva che ospitarono anche un soldato tedesco ferito.

Il ragazzo andò via quando poté e il giorno dopo la nostra fuga anche i Piva dovettero abbandonare la loro casa lasciando il soldato tedesco ferito nel sottoscala con alcune vettovaglie e nei campi i cadaveri martorizzati che rendevano l’aria irrespirabile. Tornarono dopo qualche mese nella loro terra dove non poterono rimanere poiché tutto era minato;

Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Nel mese di giugno o luglio gli americani intervennero e riempirono alcuni sacchi bianchi con i resti ridotti ad ossa e nulla era riconoscibile degli esseri umani. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Bormida;

Ecco perché lì e sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita; ora non si presenta alcuna persone sono i Piva che custodiscono il ricordo. I resti dei ragazzi dovrebbero essere in un cimitero di Lavinia o Pomezia con la dicitura “Caduti ignoti”.

Questo è il mio ricordo di bambino, ma affinchè i fatti narrati siano più chiari ho approntato una cartina approssimativa di quella zona di guerra.”

La Storia, quella con la ”S” maiuscola, la si fa anche grazie ai ricordi di un bambino che oggi è un signore di una certa età. Raccontando di Bormida ho voluto narrare di uno di quei ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, quando la Patria chiamò non si fecero indietro, facendo la scelta di non stare alla finestra a guardare.


Aldo Bormida 30/01/1944 Borgo Podgora(LT)
Primo caduto dell’ R.S.I. nella difesa di Roma e dell’Italia

Sulla nostra terra c’e’ un luogo nascosto in mezzo ad una pianura sconfinata ricca di campi di grano,vigneti e verdi prati. Proprio in mezzo ad essa passa una stradina,questa ti conduce in luogo come ce ne sono a migliaia sulla nostra terra ma in realtà ti accompagna dentro una storia, quella storia che ognuno di noi ha fissato nella mente e nel cuore e rende questo posto unico. Ti parla di un ragazzo nemmeno ventenne di nome Aldo Bormida venuto da Torino. Ti parla di un soldato con una divisa grigio verde.Ti parla del desiderio di libertà, di onore e di fedeltà di migliaia di giovani patrioti. Ti parla del primo martire della Repubblica Sociale Italiana. Del suo sacrificio in questo luogo sono rimasti i suoi resti mortali tumolati per volere della famiglia sotto un cippo di marmo bianco di fattura umile a ridosso della strada, coperto quasi completamente fino a qualche anno fa da erbacce, su di esso c’e’ un incisione breve ma esauriente, caduto per la Patria. Sarebbe difficile raccontare per mezzo delle parole il senso di gratitudine e rispetto che ognuno di noi prova nel trovarsi in questo spicchio di terra, difficile raccontare la storia di chi donò tutto se stesso per l’amore più grande, quello per la propria terra.



Nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina le operazioni militari che seguirono allo sbarco, sono ricordate come un titanico scontro tra tedeschi ed americani. Purtroppo, viene troppo spesso dimenticato che ai combattimenti parteciparono i primi reparti organici delle Forze Armate della Republica Sociale Italiana. Furono impegnati su quel fronte il Battaglione di fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto i MAS della X° Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”; (1° Btg. “Folgore”, 2° Btg. “Nembo” 3° Btg. “Azzurro”), il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia” poi denominato Faggioni”, il 2° Battaglione Legionario SS, il 1° Battaglione Esplorante Legionario SS “Debica” e numerosi altri reparti minori. Si avvicendarono in terra pontina, dal gennaio al giugno ‘44, circa 10.000 soldati della R.S.I. e centinaia di questi persero la vita. 


Nel dopoguerra, la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ha trovato, a Nettuno e Pomezia, terra per i cimiteri militari americano e tedesco. Differentemente, per quegli italiani che osarono morire dalla parte “sbagliata” non vi sono stati cimiteri di guerra ma solo una tomba privata al Verano. Nel 1993 l’Associazione X° MAS ha costruito a Nettuno, a proprie spese, un sacrario privato, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”. Solo da poco l’Associazione è poi riuscita a traslare all’interno del sacrario i resti dei caduti del “Barbarigo”. La traslazione è stata possibile solo cedendo il Campo stesso ad Onor Caduti del Ministero della Difesa, cessione questa che ha trasformato il sacrario privato in un Cimitero Militare. 



Oltre al “Campo della Memoria”, girando la Piana Pontina, ci si può imbattere in alcuni altri modesti monumenti innalzati per ricordare i caduti della R.S.I. su quel fronte. Al “Fosso dell’Acqua Bona” ad Ardea vi è una lapide, mentre cippi commemorativi si trovano a Campoverde (Cisterna di Latina) e a Borgo Podgora (Cisterna di Latina/Latina). In particolare, nel territorio di Latina, vi è un monumento costituito da un’umile colonna spezzata sulla quale si può leggere “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la patria il 30 gennaio 1944”.

Sulla morte di Bormida si è sempre saputo molto poco. Qualche anno fa, un reduce vi portò dei fiori e raccontò al padrone del podere sul quale la colonna insiste che lui e Bormida erano studenti universitari del Politecnico ed erano stati inviati in Germania per uno scambio culturale. Sorpresi dall’8 settembre, si erano arruolati volontari ed erano stati inviati dai tedeschi a combattere in Italia. Luciano Populin, oggi un anziano e squisito signore che, allora dodicenne, assistette alla morte di Bormida, me l’ha così raccontata: “Il 30 gennaio 1944 avevo 12 anni e 4 mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita. Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione tedesca giunti dal Brennero. 

Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camions di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad andare contro il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale Musolini, distante circa 150 metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte: dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi. 

Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava me e il bambino dei coloni di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che vedendo dei civili gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco che telefonò alle proprie forze di non sparare sperando così in una tregua che avvenne. 

Il ricordo dell’immolazione dei nostri ragazzi riprende dopo la guerra (tornammo solo dopo circa due anni a Latina) con la testimonianza della famiglia Piva, proprietaria del terreno dov’era avvenuto il massacro. Ho saputo che un solo ragazzo era superstite, dopo l’attacco si era rifugiato nella casa dei Piva che ospitarono anche un soldato tedesco ferito. 

Il ragazzo andò via quando poté e il giorno dopo la nostra fuga anche i Piva dovettero abbandonare la loro casa lasciando il soldato tedesco ferito nel sottoscala con alcune vettovaglie e nei campi i cadaveri martorizzati che rendevano l’aria irrespirabile. Tornarono dopo qualche mese nella loro terra dove non poterono rimanere poiché tutto era minato; 

Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Nel mese di giugno o luglio gli americani intervennero e riempirono alcuni sacchi bianchi con i resti ridotti ad ossa e nulla era riconoscibile degli esseri umani. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Bormida; 

Ecco perché lì e sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita; ora non si presenta alcuna persone sono i Piva che custodiscono il ricordo. I resti dei ragazzi dovrebbero essere in un cimitero di Lavinia o Pomezia con la dicitura “Caduti ignoti”. 

Questo è il mio ricordo di bambino, ma affinchè i fatti narrati siano più chiari ho approntato una cartina approssimativa di quella zona di guerra.” 

La Storia, quella con la ”S” maiuscola, la si fa anche grazie ai ricordi di un bambino che oggi è un signore di una certa età. Raccontando di Bormida ho voluto narrare di uno di quei ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, quando la Patria chiamò non si fecero indietro, facendo la scelta di non stare alla finestra a guardare.